Davide Giugliano e Ducati, una love story mai sbocciata

DAVIDE GIUGLIANO
@DUCATI PRESS

Con l’annuncio dell’ingaggio di Marco Melandri per il 2017 in SBK, è giunto anche l’addio tra la Casa di Borgo Panigale ed il rider romano Davide Giugliano. Una love story mai realmente sbocciata

Davide Giugliano e la Ducati non saranno insieme nel 2017. La sella della Panigale R che negli ultimi tre anni è appartenuta al rider n°34 della griglia SBK, passerà di mano il prossimo anno. Una moto che aveva tantissimo bisogno di crescere, che ha ricevuto tantissimi sviluppi anno dopo anno, grazie anche al lavoro effettuato dai piloti ufficiali. Quando Giugliano ha ereditato la moto da Carlos Checa a fine 2013, la Panigale non aveva una fama particolarmente favorevole. Era stata etichettata come difficile, meno potente delle 4 cilindri e molto complessa da portare al limite.

Eppure Davide Giugliano ha messo l’anima nello sviluppo di un mezzo, alla sua prima chance da pilota ufficiale su una moto Factory. Sforzi che hanno iniziato a ripagare il pilota e la squadra con i primi podi del 2014. Un terzo gradino del podio ad Assen,  una piazza d’onore raccolta a Portimao e soprattutto la consapevolezza che si stava andando nella giusta direzione per lo sviluppo della moto.

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Nell’inverno del 2014 la Panigale fece un balzo in avanti nelle prestazioni, con Davide e Chaz Davies costantemente velocissimi in tutte le sessioni. Tutto sembrava procedere per il meglio, con un team affiatato e pronto a puntare in alto. A Phillip Island avvenne però l’episodio chiave di tutta la vicenda, la sliding doors che si è chiusa di colpo in pieno viso a Davide Giugliano, lanciandolo letteralmente in un incubo.

Un infortunio durissimo, con tantissima paura di dover dire basta a ciò Davide ama più di ogni altra cosa: andare forte in moto.

Ma per portare al limite una SBK come la Panigale, ci vogliono attributi d’acciaio. Gli stessi che favoriscono una veloce guarigione di quei matti dei piloti, che se da un lato sfiorano la morte, dall’altra sono pronti a scacciare qualsiasi fantasma in pochi minuti. Sarà voglia di combattere, sarà forse profonda determinazione ed un’innato spirito di competizione. Qualunque sia l’elemento che favorisce la propensione dei piloti ad avere guarigioni incredibili e veloci, Davide deve averne abbondanti dosi nel suo sangue. Al suo rientro in gara, Davide ha fatto semplicemente impressione. Pole position ed un podio dopo cinque mesi di stop possono far gridare al miracolo, soprattutto se ci si ricorda che altri piloti vittima di infortuni simili hanno avuto destini ben peggiori.

Un rientro in grande stile per Davide, che ha raccolto la bellezza di otto top five, fino ad arrivare a Laguna Seca, dopo appena due mesi. Una pista magnifica, da onorare con una livrea del casco speciale per rendere omaggio al più grande tra coloro che hanno utilizzato il n°34 in gara, Mr Kevin Schwantz. Dopo il quarto posto in gara uno la partenza a razzo della seconda frazione.

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Ma ad attendere Davide non c’era alcun podio, bensì il secondo pessimo incontro con le sliding doors di cui sopra. Un altro infortunio gravissimo, un altro spavento enorme. Un’altra prova difficilissima da superare, con la volontà di ritornare quello di un tempo. La Ducati ha capito che il pilota e la sua velocità non si potevano assolutamente discutere, ma è pur vero che l’impegno in SBK richiede investimenti ingenti. La Casa di Borgo Panigale e lo sponsor avrebbero anche potuto preferire abbandonare Davide, non potendo ricevere garanzie riguardo il suo stato di forma fisica all’inizio della stagione 2016.

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Eppure la sella della Panigale è rimasta saldamente nelle sue mani, ed in più la Ducati gli ha messo a disposizione un pool di tecnici che avrebbero dovuto favorire l’affiatamento tra Davide e la moto. I risultati ad inizio stagione non sono stati entusiasmanti, con Davide che non mai apparso a proprio agio sulla moto come fatto nel 2015 nelle purtroppo poche apparizioni in pista. Forse la separazione tra Davide e la Panigale per un periodo così lungo aveva allontanato lo sviluppo della moto dalla direzione gradita al pilota, facendo della Panigale una moto costruita eccessivamente sulle esigenze di Chaz Davies. Probabilmente ha anche inciso la presenza di un team di tecnici completamente nuovo, con cui ricostruire automatismi e feeling.

Di fatto, la stagione ha preso subito una brutta piega, con delle top ten ed il bel podio nel round inaugurale a Phillip Island, ma poco altro. Poi è arrivata la Malesia, ed è apparso chiaro che qualcosa era cambiato. Forse la squadra aveva trovato il classico click che cambia tutto, oppure Davide aveva iniziato semplicemente iniziato a guidare come aveva abbondantemente dimostrato di saper fare.

Una bella serie di podi, ed un bottino di punti maggiore degli altri piloti Ducati la prova oggettiva di uno switch significativo, con la speranza di poter raccogliere la prima vittoria quanto prima. Sembrava insomma che la stagione di Davide stesse finalmente pendendo la direzione che tutti speravano, eppure la vittoria ancora non è giunta. Poi la doccia fredda dell’annuncio di Marco Melandri, la consapevolezza di dover lasciare una moto che Davide aveva preso in mano nel 2013, portandola per mano all’attuale livello di competitività.

Con l’annuncio è arrivata la consapevolezza di doversi separare da un gruppo di tecnici con cui si stava iniziando a “fare squadra” a 360 gradi. Le parole di un manager come Ernesto Marinelli, che preferisce pensare ad un arrivederci piuttosto che ad un addio, non leniscono del tutto il dispiacere.

Ma ora è il momento per Davide Giugliano di voltare pagina. Non c’è la necessità di cancellare le stagioni in Ducati, anzi. C’è la missione di vincere nelle restanti manche del campionato, per coronare un’unione che deve essere celebrata con tanto champagne ancora. E poi c’è da mettere a frutto tutto ciò che Davide ha imparato in questi tre anni, la necessità di concretizzare il proprio talento ed il proprio immenso potenziale.

Un talento che potrebbe proiettare Davide Giugliano sulla Kawasaki del team di Manuel Puccetti. C’è uno sponsor italiano, la San Carlo, che è disponibile a finanziare l’operazione in SBK. La Ninja ZX-10r è un punto di riferimento e la squadra italiana ha dimostrato in Supersport di saper essere una struttura esemplare. Ci sono tutti gli ingredienti insomma per far si che la separazione da Ducati non sia per Davide Giugliano la fine della storia, ma la prima pagina di un racconto tutto nuovo.