Kenny Roberts, il dominio del Marziano yankee

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La storia dietro la leggenda del pilota ribattezzato il Marziano: Kenny Roberts, il primo ad utilizzare le saponette in gara e il primo rider di una dinastia di piloti USA che hanno cambiato la faccia del GP per sempre

Kenny Roberts atterrò con la sua astronave giallo-nera proveniente da Iwata, sede della Yamaha e si guadagnò il soprannome che l’ha accompagnato per tutta la carriera Il Marziano. Per tanti anni il paddock dei GP è stato un feudo dei piloti Made in Usa. Generazioni di rider che per anni hanno dominato, vincendo mondiali su mondiali. Si passa da Rainey a Schwantz e Lawson. Tornano in mente Freddie Spencer e quel matto di Randy Mamola. Verso metà degli anni 80 era assolutamente normale ascoltare The Star-Sprangled Banner dopo un gran premio, guardando un podio affollato di Yankee.

Ma il primo di questa lunga serie di campioni statunitensi è stato proprio lui, Kenny Roberts, che ha lasciato senza dubbio il segno più profondo nella storia dei GP.

Se nasci a Modesto in California nel 1951 e ti piacciono le moto, devi misurarti con sabbia, derapate e ogni tipo di mezzo che possa essere spinto da un motore poggiato su due ruote. Kenny Roberts non si sottrae alla tradizione e si cimenta ogni domenica in pista sparse per la costa occidentale, alternando flat track a dirt track, senza disdegnare cross e speedway. Presto si fa notare e nel 1973 diventa il più giovane a guadagnarsi il n°1 sulla tabella porta numero della moto, ad appena 21 anni. Oggi i parametri sono differenti, all’epoca a quell’età eri un neonato per le corse.

Le sue moto le segue l’australiano Kal Carruthers, ex pilota ed uomo di fiducia dell’importatore Yamaha USA. Kenny Roberts dimostra un controllo ed una sensibilità fuori dal comune, per cui il tecnico australiano gli prepara un mezzo impossibile da pilotare per chiunque, tranne che per lui. Pesca un motore dalle 750 due tempi che corrono in Europa e costruisce la moto attorno a questa belva. Nessun freno, troppa potenza e peso piuma. Un mix da infarto condito da un urlo del motore che resterà negli annali del motorsport. Kenny Roberts riesce a vincere su quella moto e il suo commento a riguardo resterà nella storia: “Si, ricordo perfettamente la TZ 750 due tempi che mi costruì Kal. Ogni volta che aprivo il gas pensavo che mi stessero pagando troppo poco per guidare quel mostro.”

Kenny Roberts domina gara su gara, ma con l’asfalto di un circuito inizia a misurarsi solo dopo aver vinto tantissimo in giro per gli USA. Kenny ama la vita da paddock di quelle Sunday Races e non vorrebbe allontanarsi troppo da quel mondo. Solo che è un tipetto tosto e gli hanno detto che i campioni veri corrono in Europa su circuiti fatti di tutto tranne che di sabbia e terra. Sfida accettata, tocca prendere l’aereo e vedere cosa intendono per “campioni veri”.

Nel primo periodo Kenny Roberts non riesce a staccarsi del tutto dagli USA, profondamente restio alle lunghe trasferte. Corre varie volte ad Imola, Assen ed al Paul Ricard. Qualche bel risultato arriva, ma la vera esplosione c’è solo nel 1978, anno in cui Kenny accetta di restare stabilmente in Europa e partecipare al mondiale a tempo pieno. Si iscrive in tre classi, come era nella norma a quei tempi. Kenny prende il via della 250, della 500 ed anche della mostruosa 750, appena promossa a categoria mondiale dopo essere stato Trofeo FIM.

Lo stile del pilota colpisce da subito. Kenny Roberts ha appreso in anni di guida di traverso a gestire le perdite di aderenza con maestria ed una padronanza del mezzo invidiabile. Abituato al contatto con il suolo per la tecnica del piede giù utilizzata nel dirt track, Kenny avverte la necessità di sentire anche l’asfalto scorrere sotto la moto. Inizia a poggiare sempre più spesso il ginocchio a terra, ma consuma tute su tute. Le saponette non esistono ancora, quindi di fatto le inventa lui. Gli serve qualcosa che possa sfregare sull’asfalto senza creare troppa resistenza. Si ritrova per le mani alcune vecchie visiere, troppo rovinate per essere utilizzate. Sono curve e sono fatte di plastica. A Kenny si accende la lampadina, ha finalmente trovato le sue saponette. Le blocca sulle ginocchia con del nastro americano e guida così, poggiandole a terra in ogni curva. Il suo feeling aumenta all’improvviso e Kenny Roberts inizia a guidare semplicemente da dio. Diventa praticamente inavvicinabile per tutti, compreso il pilota del momento. Il britannico Barry Sheene.

Proprio l’inglese non nutre particolare stima per lo statunitense, reputandolo poco tecnico dall’alto della propria preparazione di livello. Ma Kenny Roberts può contare su una Yamaha velocissima e soprattutto sulle gomme Goodyear che porta in gara in esclusiva. Non gli serve sapere quanto è lungo il forcellone della moto, anche perché in compenso sa benissimo da che parte ruotare il gas. Roberts vince quattro GP nella 500 del 1978, laureandosi campione con dieci punti di vantaggio proprio su Sheene e la sua Suzuki. Comprende che la 500 è la categoria top del mondiale, e nel 1979 decide di lasciare le altre categorie del campionato concentrandosi esclusivamente su questa.

Vince ancora facendo sue cinque vittorie di tappa e confermandosi vero Marziano. E’ giunto nel paddock dal mondo della gare su sterrato nella miriade di competizioni in USA. Moto e casco giallo, una guida strana e difficile da interpretare per tutti. Sembra davvero provenire da un altro mondo e fa capire che i campioni veri esistono anche dall’altro lato dell’Oceano Atlantico.

Nel 1980 completa la tripletta, vincendo tre delle otto gare in calendario e battendo il connazionale Randy Mamola. Terzo in quella stagione si piazza Marco Lucchinelli, il primo pilota a battere Kenny Roberts nell’anno successivo vincendo il mondiale 1981 con la Suzuki. Anche nella stagione successiva Roberts deve accettare la sconfitta per mano di un italiano, battuto in pista da Franco Uncini e dalla Suzuki del Team Gallina ed anche da altri tre piloti che lo precedono in classifica. Kenny Roberts è solo quinto, costretto a saltare varie gare per infortunio e non la prende per niente bene.

La stagione 1983 significa tantissimo per il pilota USA. Ad inizio anno ha l’unico obiettivo di riprendersi lo scettro della classe regina, ed è consapevole di dover affrontare un pilota su tutti. La Honda ha infatti portato nel paddock un altro pilota proveniente dagli USA, un tipo apparentemente schivo. Si chiama Freddie Spencer e quando indossa il casco diventa un mastino. Tutta la stagione scorre sul confronto serratissimo tra i due piloti e tra le due Case giapponesi. Kenny Roberts su Yamaha VS Freddie Spencer su Honda. Sembra il manifesto di un incontro al Ceasar di Las Vegas. Totalizzano la vittoria in sei riprese a testa, ma Fast Freddie vince ai punti nell’ultima gara, ad Imola. Il conteggio è 144 a 142 per Spencer, risultato talmente indigesto per Kenny Roberts da convincerlo a ritirarsi.

Terminata la carriera da pilota, Kenny Roberts  inizia a dettare legge da manager e fa correre fior di piloti nel suo Team rigorosamente Yamaha. Fa correre gente come Mamola, Kocinsky, Rainey, Lawson e Cadalora. Finisce addirittura per diventare un costruttore, portando in gara 500 da GP e partecipando anche alla MotoGP con un progetto in collaborazione con Proton prima e KTM poi.

Kenny Roberts ha vinto tre mondiali nel paddock, ha sfatato il falso mito secondo cui i piloti provenienti dal Dirt Track non fossero abbastanza bravi da competere su asfalto ed è stato l’apripista per una lunga serie di piloti USA che hanno incantato negli anni d’oro della 500. Ecco chi era il Marziano, un californiano di Modesto che è passato dalla sabbia all’asfalto senza mai perdere l’attitudine a dominare.

Il ritorno di Kenny Roberts all’Indy Mile nel 2009

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