SBK, penalizzare Rea per aumentare lo spettacolo: una scelta incomprensibile

Andata in archivio la terza tappa della stagione, appare chiaro che i nuovi regolamenti sono riusciti a cambiare il volto della SBK. Per alcuni in meglio, per altri snaturando il concetto stesso di sport

Aragon ha ospitato la terza tappa del mondiale 2018 SBK e ha offerto l’ennesima conferma che questo regolamento sia riuscito come minimo ad equilibrare i valori tra Jonathan Rea e tutto il resto della griglia. Si, non crediamo che l’equilibrio riguardi la Kawasaki rispetto alle rivali, bensì il singolo pilota. Stiamo parlando di un tre volte campione SBK, che ha dominato in lungo e largo questo campionato dimostrandosi due spanne sopra chiunque altro in griglia tra il 2015 e il 2017. Quando in passato abbiamo assistito ad un periodo di dominio di questo tipo, non si è mai sentita la necessità di cambiare le regole del gioco per favorire lo spettacolo. Basta pensare al dominio di Mick Doohan in 500 tra il 1994 e il 1998, oppure a quanto fatto da Valentino Rossi nella prima epoca della MotoGP, quando tra il 2002 e il 2005 ha sempre vinto in scioltezza, dopo aver fatto altrettanto nell’ultima stagione di 500. Stiamo parlando di due piloti che sono stati eletti idoli dello sport motociclistico, quindi perché nel caso di Jonathan Rea essere così veloce è un problema così grande?

Sembra che ai piani alti della SBK pensino che avere un grande campione in griglia sia un grosso problema da gestire, mentre in qualsiasi altro sport è proprio il fenomeno ad attirare le maggiori attenzioni a generare tutta l’attesa attorno all’evento. Sarebbe forse giusto costringere Cristiano Ronaldo ad indossare delle scarpette zavorrate per rallentare le sue giocate? Oppure pensate sarebbe corretto costringere Lebron James a giocare con degli occhiali che ne impediscano la visione perfetta del campo? Perché invece Jonathan Rea è stato costretto a correre con una moto castrata?

Perché il punto è questo: la Kawasaki è stata senza dubbio la Casa maggiormente penalizzata dal nuovo regolamento e la dimostrazione di questa affermazione si legge distintamente nelle prestazioni di tutti gli altri piloti Kawasaki in griglia. Sykes è quasi sparito dai radar, Hernandez, che ha un passato di buon livello in MotoGP, sta soffrendo moltissimo sulla moto di Pedercini. Stesso problema per Razgatlioglu, il fenomeno turco che nei test di Portimao aveva impressionato in sella alla ZX-10 di Puccetti in versione SBK. Adesso sembra aver fatto il passo del gambero, eppure chiunque nel paddock è certo che sia uno dei maggiori talenti presenti in pista.

Jonathan Rea ha invece vinto due volte su sei manche ed è primo nel mondiale. Di certo non ha vita facile come appariva l’anno scorso, eppure è l’unico con la Ninja a riuscire a competere stabilmente al top. Ma il tutto è frutto esclusivamente del suo immenso talento e non di una moto superiore a quella dei rivali. L’organizzatore del Mondiale SBK voleva tenere vivo lo spettacolo ed ha ritenuto giusto penalizzare il pilota oggettivamente più forte di tutti, piuttosto che intervenire sui costi reali, magari mettendo un tetto diverso al limite dello sviluppo delle moto. Oggi le moto degli ufficiali sono anni luce avanti a quelle dei privati e il nuovo regolamento ha aperto ancora maggiormente il gap.

Quando in SBK correvano Edwards e Bayliss, per tutti gli altri in pista c’erano semplicemente le briciole da raccogliere. Correvano entrambi su una bicilindrica, proprio come Haga, altro grande campione, che nel 2002 aveva una RSV per lottare. Eppure quei due autentici fenomeni non regalarono niente a nessuno, dominando l’intera stagione in lungo e largo e lasciando qualche effimera soddisfazione ai rivali, come nel caso di Hogdson, che poi divenne erede di Bayliss in Ducati. C’era qualcosa di sbagliato in quel campionato o in quel regolamento? Ad Imola c’erano più di 100.000 appassionati, le regole erano chiare e lo spettacolo stupendo. Andava bene a tutti, dai privati agli ufficialissimi.

Gli appassionati non vogliono vedere un grande campione come Jonathan Rea che soffre e lotta alla pari con i rivali grazie ad un regolamento che li privilegia. Gli appassionati vogliono vedere Rea che lotta contro altri campioni alla sua altezza. Alla SBK serve questo, non serve che i piloti siano trattati come marionette. Servono veri campioni ricchi di talento, perché sono l’anima di ogni sport. Adesso arriverà Assen, che è una pista che Rea semplicemente adora. Nell’attuale configurazione, non sono i cavalli ad essere l’aspetto più importante per la moto nell’Università del Motociclismo, quindi il tracciato olandese potrebbe essere il teatro perfetto per tentare la doppietta e provare a scappare via nella classifica generale. Se dovesse riuscirci, in quei famosi piani alti di cui sopra, si valuterà come penalizzare Rea per il futuro. Magari lo costringeranno a correre portandosi un passeggero in sella. Esageriamo? Lo speriamo vivamente.