La sicurezza dei piloti contro il Dio Denaro

dorna assen motogp

La Dorna sta mettendo sempre di più gli interessi commerciali al centro di tutto, mortificando sull’altare degli ascolti anche la sicurezza dei piloti

Il primo indizio che con la Dorna al comando qualcosa sarebbe cambiato per sempre nel motociclismo si è avuto presto, quando gli sponsor hanno invaso i paddock e i piloti hanno iniziato ad essere sempre di più politically correct. Un pezzetto alla volta si è persa quella vena di romanticismo che da sempre avvolgeva qualsiasi paddock mondiale del motociclismo, lasciando spazio alla iper-organizzazione, con ogni singolo secondo della giornata scandita da eventi, promozioni, dichiarazioni, press release. Dulcis in fundo le gare.

Già, perché quello che appare sempre più palese, è che la Dorna presta tantissima attenzione per tutto ciò che accade fuori dalla pista, per ciò che dicono i piloti mentre non sono in moto, per l’audience che regna sovrano su tutto. Ma di ciò che accade in pista, sembra a volte che interessi davvero poco a chi governa il motomondiale. Sull’altare delle esigenze televisive, hanno amputato la Superbike, privandola della doppia gara alla domenica che faceva parte del DNA di questo campionato.

Il risultato sono piste sempre più deserte, caratterizzate da spalti vuoti e gare che purtroppo stanno diventando anch’esse noiose a causa di regolamenti astrusi, che tarpano le ali ai costruttori e limitano lo spettacolo.

Nel 2015 si erano cambiati gli orari di partenza delle gare, costringendo gli appassionati a rivedere tutte le proprie abitudini per vivere entrambe le gare nella mattinata. Ma il colpo di grazia è giunto quest’anno, con le gare divise su due giorni e la qualifica che ha perso totalmente appeal anche dal punto di vista televisivo. Nella MotoGP invece si è andati verso la Pay Tv, verso un impatto mediatico sempre più professionale da parte di tutti. Spesso però ci si è dimenticati che tutto il baraccone è retto da questi ragazzi che sfidano la morte ogni volta che corrono.

Abbiamo avuto da poco la triste prova del fatto che qualche volta questi magnifici eroi la perdono questa maledetta sfida, sconfitti dal fato, dalla sfortuna, da quello che volete. Ci ripeteranno che questi eroi “sono morti mentre facevano quello che adoravano” , in una litania di consolazione che non serve a nulla. Ogni volta che questi ragazzi rischiano, la Dorna dovrebbe intervenire. Deve farlo perché ne ha la responsabilità, perché deve mostrare buon senso. Deve intervenire perché è anche il suo compito quello di fermare la giostra quando è il momento giusto per farlo.

Invece si preferisce tapparsi le orecchie, far finta di non vedere. Fingere di non essere consapevoli che quei ragazzi stanno rischiando, fingere di non sapere che si ha il potere per fermare tutto ed evitare il rischio di dover ripetere frasi fatte. Quando in Malesia Valentino Rossi prese la parola in conferenza stampa, è apparso chiaro a tutti che la Dorna sarebbe dovuta intervenire. Magari avrebbe dovuto fare una semplice paternale ai protagonisti di quella vicenda, gettare un bel secchio di acqua ghiacciata sulla testa caldissima di piloti pieni di foga e accecati dalla competitività.

Invece anche in quella circostanza ha preferito tacere e lasciare che lo show scorresse, attendendo di passare alla fine dello spettacolo per raccogliere l’incasso, come puntualmente avvenuto. Nella pista di Assen inondata è successo qualcosa di simile. Una situazione in cui in F1 si è partiti alle spalle della safety car per salvaguardare la sicurezza dei piloti. Eppure lì hanno quattro ruote e abbiamo visto tutti Fernando Alonso uscire indenne dalla sua McLaren letteralmente sbriciolata a Melbourne.

Chi ha sbagliato? Eccessiva sicurezza in F1 oppure eccessivo cinismo nelle moto? La F1 è cambiata tantissimo, ed un impulso a questo cambiamento verso la sicurezza è arrivato dopo la morte di Ayrton Senna, il più grande di tutti. Nel motociclismo abbiamo perso Marco Simoncelli, abbiamo perso Luis Salom, Daijiro Kato e Shoya Tomizawa. Eppure non sembra che l’approccio sia cambiato così tanto. Sono state portate avanti tante battaglie per la sicurezza dai piloti ma ad Assen nessuno ha pensato di fermare la gara nel momento più opportuno.

Sono caduti in tanti, tutti grandi campioni. A noi italiani brucia di più, perché sono caduti Rossi e Dovizioso mentre stavano dando spettacolo, ingolosendoci e facendoci venire voglia di un altro podio tutto tricolore dopo la Moto3. Ma sarebbe stato lo stesso se fossero caduti Marquez e Lorenzo. Qualcuno avrebbe detto che gli italiani “sono rimasti in piedi perché sono più forti”, invece sono caduti e si “doveva fermare la gara mentre erano in testa!”.

La verità è che la Dorna, questo essere multiforme che ha tentacoli lunghi e che posa le proprie mani su tutto ciò che ha due ruote, fa e disfa a suo piacimento. La sicurezza c’entra poco, la nazionalità ancora meno.

E’ tutta una questione di business, punto e basta. Perché alla fine della fiera, qualcuno dovrà passare a ritirare l’incasso e guai se trova pochi soldi. Un ragazzo felice in meno in moto non cambia niente. Una gara pericolosa portata a termine fa audience. E l’audience produce esattamente questo. Soldi. Il senso del motociclismo moderno purtroppo sta tutto qua, in una celebre canzone dei Pink Floyd. Il titolo? Money.