Loris Capirossi, il piccolo grande uomo

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Come nel celebre film di Arthur Penn del 1970, anche in queste righe potreste emozionarvi, sorridere e forse commuovervi. Il protagonista della trama è Loris Capirossi

Il piccolo grande protagonista del nostro breve racconto è Loris Capirossi, nonostante il suo ritiro sia datato diversi anni fa, la sua presenza nei cuori degli appassionati è ancora vasta. Loris fa parte di quella generazione di piloti cresciuti sui motori a due tempi, sui quali la piccola corporatura poteva fare la differenza. Ma se da un lato c’è il piccolo uomo, che sfugge la fisica grazie al suo fisico minuto ma lotta con la moto e la sua esuberante potenza, dall’altro c’è il vero Loris. Il grande uomo, il pilota dal cuore d’oro, quello che non si ferma davanti agli infortuni ed alla sfortuna, quello in grado di vincere con la prima Desmosedici, un vero toro meccanico da 250 cv. Da poco è stato il suo compleanno e non c’è migliore occasione di questa per rendergli un piccolo omaggio.

Loris nacque a Castel San Pietro Terme, una rinomata meta termale sulle colline bolognesi, nel 1973. La sua carriera iniziò, come per tantissimi altri piloti, con il cross. Nel 1987, però, disputò la sua prima stagione nelle gare di velocità. Non si sarebbe più fermato fino al 2011. Loris Capirossi, per tutti “Capirex”, oltre ad aver vinto tre titoli mondiali, detiene il record come più giovane campione del mondo ed ha al suo attivo 328 Gran Premi. Un’enormità. Questi però sono solo freddi numeri, recuperabili con semplicità facendo una breve ricerca in rete. Chi era davvero Capirossi può narrarvelo solo chi ha avuto la fortuna, e il privilegio, di potergli stare accanto nella vita e nello sport.

Loris Capirossi
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Io iniziai a sentire parlare di Loris Capirossi quando ero alle superiori. Avevo scelto un indirizzo molto lontano da quello meccanico perché, all’epoca, le moto non mi interessavano minimamente. La mia scuola era, però a qualche decina di km dal paese natale di Loris e, nel 1991, alla mia classe fu assegnato un insegnante di religione che, diversi anni prima, era stato il parroco di Capirossi: Don Sante Orsani. Era un uomo piccolo, col volto scavato e i capelli quasi completamente bianchi. I suoi occhi azzurri però si illuminavano quando ci parlava di quel ragazzino che stava ottenendo i primi, grandi successi, nel Motomondiale. Un giorno ci portò anche alcune ceramiche dipinte che lui aveva fatto realizzare, in onore di Loris, dai suoi parrocchiani più giovani.

Per una serie di coincidenze, alcuni anni dopo nacque anche in me la passione per le due ruote e, nel 2002, iniziò la mia esperienza in Ducati. Arrivai appena in tempo per vedere la nascita del progetto Desmosedici e per assistere ai primi test con Guareschi, Bayliss e Capirossi. Fu subito chiaro che per i ducatisti, da sempre tifosi accaniti e difficili da accontentare, Troy non era più l’unico alfiere al quale donare il proprio cuore desmodromico. Nel 2003 l’appuntamento fisso ad ogni Gran Premio era il parcheggio Ducati, nel quale veniva per l’occasione piazzato un maxischermo per permettere ai tifosi di assistere alle gare all’ingresso della factory, mentre Capirossi e Bayliss lasciavano tutti senza fiato.

All’inizio dell’anno successivo fui richiesto in Ducati Corse e in quel momento entrai nel mondo incredibile delle competizioni. Ogni volta che alzavo gli occhi dal mio lavoro vedevo tecnici e ingegneri che fino a pochi giorni prima avrei potuto scorgere solo in tv e, soprattutto, potevo vedere e parlare con i piloti. Ricordo ancora l’emozione nello stringere per la prima volta la mano a Capirossi e rammento perfettamente il suo sorriso e la sua inconfondibile parlata mentre venivamo presentati.

Negli anni successivi feci parte del Test Team SBK e del Ducati MotoGp Bridgestone Tyres Test Team. Proprio in quest’ultima squadra, nel 2006, fui testimone del celebre incidente in partenza al circuito del Montmelò, nel quale rimasero coinvolti diversi piloti, tra i quali Capirossi. Lo ricordate? Moto che letteralmente decollano, piloti lanciati nelle vie di fuga e alcuni trascinati dalle moto in corsa.

Loris in quell’occasione rimase ferito ma nonostante ciò, ad una settimana di distanza, volle ugualmente partecipare alla gara di Assen. Arrivò al traguardo quindicesimo, letteralmente piangendo per i dolori causati dai traumi della caduta in Spagna. I suoi tecnici dovettero aiutarlo a scendere dalla moto ma lui non avrebbe saltato la gara per nessuna ragione. Forse qualcuno si ricorda gli on board video nei quali Loris appoggia la testa al serbatoio vinto dal dolore e dalla fatica.

In Ducati non eravamo nuovi a prove di coraggio e di resistenza di Loris. Nel 2003 la Desmosedici raggiungeva altissime temperature d’esercizio, calmierate solo da feritoie sulla carena, e lui la guidava senza mai lamentarsi, seppure le sue mani e i suoi piedi fossero quasi piagati. Nella sua carriera Loris si è sempre distinto per generosità e umiltà, unite ad un’umanità rara.

Diversi anni dopo, nel 2009, ero capomeccanico di Smrz, nel Campionato Mondiale SBK. Durante una delle tappe in Italia Loris fu ospite in Ducati. Ci incrociammo davanti all’hospitality Xerox, ci stringemmo la mano e mi venne in mente Don Sante Orsani, così decisi di raccontargli di quell’insegnante così atipico. Non feci in tempo ad arrivare a metà della prima frase che lui mi interruppe.: «Ma certo, Don Sante!!! Andavo in parrocchia da lui col motorino!! Che ricordi!! E quante risate!!! Come hai fatto a sopportarlo?»

Loris Capirossi è così: un puro di cuore, un pilota coraggioso. Un piccolo grande uomo.