Le donne in MotoGP, quando la passione batte gli stereotipi

Maria Herrera Sachsenring
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Nel motomondiale le donne stanno rivestendo ruoli sempre più di prestigio ridefinendo una volta per tutte il binomio “Donne e motori

Il settimanale Panorama ha celebrato le donne del motomondiale che fino a pochi anni ricoprivano ruoli marginali, spesso viste soltanto come un “bel contorno” attorno alle moto mentre ultimamente il gentil sesso sta prendendo il sopravvento guadagnandosi un ruolo di rilievo sia nella gestione dei team, sia in sella, sia nella comunicazione. Insomma una vera e propria rivincita che sta mostrando a tutti quando il binomio donne e motori sia in realtà vincente e molto più forte rispetto a quanto ci si potesse aspettare in passato. Le protagoniste celebrate nell’articolo sono solo una piccola parte ma come le altre donne sono spinte dall’amore per le due ruote e per l’adrenalina che solo le corse riescono a regalare: «Sono l’unica ragazza in pista del Motomondiale ed il mio obiettivo adesso è quello di vincere il titolo nella mia categoria per poi continuare ed arrivare in MotoGP. Il mio punto forte sono le curve veloci anche se devo migliorare in staccata, per fortuna posso contare sul consigli di Alvaro Bautista. Essere una donna in moto non è facile, i ragazzi si arrabbiano quando in bagarre li sorpasso ma credo che in realtà dovrebbero imparare da noi donne ad usare più la testa rispetto all’istinto» ha dichiarato la pilota di Moto3 María Herrera.

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«Sfatiamo il mito che noi donne siamo negate con i numeri, al contrario riusciamo ad analizzare alla velocità della luce una quantità enorme di dati e siamo più organizzate degli uomini» ha detto Amaia Argiñano, telemetrista del team AGR Moto3 che dopo la laurea ha chiesto al padre, proprietario del team di darle una possibilità. «Da impiego estivo, il lavoro in circuito è diventato a tempo pieno con mia grande gioia perché lo desideravo da quando ero bambina. Papà mi ripete spesso di essere fiero di me per l’impegno e i risultati: non si aspettava che me la sarai cavata subito bene e forse il merito va anche al fatto che sono una donna, noi ragazze siamo toste e dirette pur mantenendo l’approccio giusto, garbato e rispettoso per farci valere» queste le parole di Mathilde Poncharal, cresciuta nel team Tech3 dove attualmente svolge il ruolo di addetta stampa.

«Credo che il mio lavoro sia fatto su misura per una donna perché serve empatia, di solito riesco a risolvere i problemi e ricevere un “grazie” è la soddisfazione più grande, il motivo per cui amo questo mestiere e continuo a farlo anche se nonostante richieda dedizione totale e spesso sento la mancanza di casa anche se le persone del paddock sono la mia seconda famiglia. ormai, e sono felice di festeggiare con loro il compleanno: cade sempre durante la trasferta in Qatar. E poi so di vivere un’esperienza unica e mi sento davvero fortunata: quante persone pagherebbero per stare al mio posto!» ha detto Friné Velilla che lavora per la Dorna dal 2010. Elena Cecchinello, responsabile dell’hospitality e del Reparto corse della squadra LCR Honda di MotoGP, come molte sue colleghe ha la passione nel sangue: «Nel 1994 mio fratello gareggiava e aveva invitato diversi ospiti al GP di Salisburgo e chiese a me di organizzare il catering. La mia avventura è cominciata così, con un furgoncino carico di cibi e bevande da offrire mentre adesso coordino 10 persone nell’hospitality e seguo anche il Reparto corse. Vent’anni fa le donne nel paddock si contavano sulle dita di una mano ma adesso per fortuna siamo in tante, questo ha reso i circuiti più piacevoli da frequentare, anche gli uomini lo pensano».

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Oltre ad avere doti organizzative, gestionali e sportive nel motomondiale le donne hanno un ruolo attivo anche in Clinica Mobile: «Mi aspettavo una certa titubanza da parte dei piloti, pensavo che vedendo una donna con il camice non si sentissero in buone mani invece da quando ho iniziato non ho mai sentito pregiudizi nei miei confronti. Mi sono resa conto che i piloti sono esseri umani speciali, con una resistenza fisica sorprendente, continuo a domandarmi come riescano a rimontare in sella dopo avere rimediato fratture e traumi a catena: certo adrenalina e passione aiutano ma non bastano, servono un coraggio da leone e un fisico da super atleta» ha dichiarato la dottoressa Letizia Marenghi, specializzata in ortopedia e traumatologia. Le ha fatto eco Giulia Mainardi, fisioterapista e osteopata della Clinica Mobile dal 2005: «Sono innamorata delle moto, ho comprato la prima a 13 anni ed è una soddisfazione seguire il Mondiale dall’interno; nel paddock mi sono trovata subito bene, anche se ero l’unica donna della Clinica e non ho mai riscontrato diffidenza nei miei confronti: in questo mestiere noi donne non abbiamo nulla da invidiare ai colleghi perché non è la forza che conta, ma la tecnica. Prima di iniziare i massaggi decontratturanti a braccia, schiena e gambe scambio sempre qualche parola con i piloti, credo che se la mente si rilassa anche i muscoli riescano a distendersi meglio».