Eddi La Marra e Alessia Polita, il coraggio e la forza di un sogno

Intervista a Eddi La Marra e Alessia Polita, due grandissimi esempi di volontà, passione e determinazione assoluta nell’affrontare e superare le difficoltà della vita

Eddi La Marra e Alessia Polita sono due ragazzi fortunati. Sono fortunati perchè hanno guardato entrambi la morte dritta negli occhi e hanno vinto una manche nell’infinita partita a scacchi con il destino. Una partita che gioca ognuno di noi, senza mai sapere quando sta per arrivare lo scacco dell’avversario, la mossa che ti spiazza. Il destino si è presentato per entrambi sotto forma di una caduta a Misano. Una mossa micidiale, di quelle da spezzare il fiato e convincere alla resa, senza trovare alternative per rispondere. Eppure sia Eddi La Marra che Alessia Polita hanno risposto a quella mossa, hanno reagito con determinazione e non hanno accettato la sconfitta. Alessia è rimasta segnata in maniera più profonda da quella maledetta mossa del destino, ma la forza che resta nei suoi profondi occhi è più eloquente di qualsiasi parola. L’amore per Eddi l’ha riportata anche ad entrare in pista, varcando la soglia della pit-lane per assaporare l’emozione della pista, la tensione prima di una gara. Non è stato affatto facile per lei, ma la voglia di stare vicino a chi stava per riassaporare al 100% la vita da pilota, ha vinto.

La vostra forza dopo quello che vi è successo è incredibile ed è davvero bello trovarvi qui nel paddock della Superbike insieme e rivedere Eddi in moto nel CIV così competitivo. Eddi pensi che la forza di Alessia sia stata la spinta per tornare in sella?

Eddi: «Sicuramente non è facile: io sono stato miracolato, mi è andata bene e sono tornato in moto. Lei mi sta vicino ma per lei è dura perché torna nell’ambiente che era anche suo, al quale era dedita più di ogni altra cosa. Viene a darmi supporto ma da spettatrice non è semplice e lo capisco»

Ho visto una vostra foto al Mugello lo scorso anno sulla griglia di partenza. Alessia raccontaci com’è stato vedere Eddi in moto. E’ stato più il dispiacere per non essere al posto suo o la felicità di vederlo in sella? Capisco che non sia facile ma comunque vederlo lì è stato motivo d’orgoglio anche per te?

Alessia: «Per me è stato difficilissimo, sono quattro anni che faccio un lavoro interiore che nessuno può immaginare perché mi trovo davanti a grandi barriere: il suo rientro in pista è stato un dolore ma anche una felicità perché abbiamo toccato la parte brutta due motociclismo e rivederlo in moto è stato strano. Avevo paura anche perché il jolly lo abbiamo giocato ma a me l’unica cosa che rimane è seguirlo, stargli vicino, spronarlo quindi poter stare in griglia con lui è stato emozionante e bellissimo. Però non sono stata molto perché ero tesa e mi sembrava quasi di stare in moto. Certe volte noi ci parliamo con gli occhi quindi l’ho salutato per dargli forza e fargli capire che credo tanto in lui non perché è il mio ragazzo ma perché vedo come guida. Io non sto al muretto a guardalo, vado in pista e sapevo che sarebbe andato forte; quest’anno avrei messo la mano sul fuoco che sarebbe stato nei cinque, lui no! Quindi ho dovuto fargli capire che ce la poteva fare. È un lavoro non facile ma è anche bello perché lui mi fa vivere il motociclismo, io sono qua e sarò per sempre spettatrice ma stare vicino a qualcuno a cui tieni è diverso, è come se lui corresse per entrambi»

Eddi come va con la Panigale? L’hai trovata diversa, magari  odiandola un po’ all’inizio o è stato subito amore?

Eddi: «Mi sono trovato subito bene. Ero uno dei pochi che riusciva ad andarci forte all’inizio non per vantarmi. Ma purtroppo o per fortuna tutti gli altri piloti che l’hanno guidata all’inizio hanno avuto problemi importanti. Io ho sofferto solo perché la moto era nuova e il lavoro di sviluppo è stato immenso, non avevamo riferimenti sotto nessun punto di vista, dall’assetto alle sospensioni. In più la Panigale non era una moto già conosciuta con un’elettronica buona ma da mettere a punto. Abbiamo faticato e nessuno lo ha visto perché cercavo di mettere una toppa dove mancava, col cuore. Ma in confronto alla BMW che era già sviluppata e molto veloce era ancora più difficile. Il venerdì perdevamo molto tempo per creare i riferimenti e rimaneva solo il sabato per concentrarsi sulla gara»

Alessia ha detto che credeva in te ma anche un team che è Campione in carica come Ducati Motocorsa ti ha dato il suo supporto. Se continuando riuscirai a tornare sui livelli di prima, al tuo 100%, tornerai qua in WSBK?

Eddi: «Dopo la prima gara posso dire, anche se non sono il tipo che si espone prima di fare, che non mi mi aspettavo questo risultato anche perché non andavo in moto da 4 anni, non tornavo a Imola da 4 anni e avevamo girato solo un giorno a Misano ed uno al Mugello; questa pista mi piace, è il mio tracciato preferito ma non pensano di stare lì davanti poi quando il venerdì ho visto che avevo il secondo tempo ho pensato: forse si può fare»

Sono stato da spettatore al TT e lì ho trovato una passione per i motori mai provata altrove. Tuo fratello Alex ha corso al TT. Dopo la sua esperienza cosa puoi dirci di quella gara?  

Alessia: «Alex mi ha raccontato che l’esperienza al TT è stata bellissima, non metto in dubbio che sia affascinante anzi. Sarebbe una cosa che vorrei vedere ma è pericoloso, ed è inutile nascondersi e non vorrei che ci fosse mio fratello a correre. Certo è pericolosa anche la pista ma al TT non hai dei bonus quindi avrei preferito che mio fratello avesse continuato a correre solo su pista. Purtroppo non c’è stato il budget, non c’è stata la possibilità e per lui era un sogno correre lì. Gli è piaciuta molto, mi ha detto che c’è la passione vera anche nel paddock. Qui spesso non ci si parla mentre a Man la sera si sta insieme, se c’è bisogno ci si aiuta; mio fratello non conosceva il tracciato e gli altri piloti lo hanno aiutato, non è l’ambiente del motociclismo velocità. Se gli piace va bene, credo nel destino quindi ok ma poteva farne a meno»

Anche Eddi interviene sull’argomento… «Io posso ringraziare Alessandro più per quella esperienza che per tutto il resto. A me piaceva già da prima, guardavamo insieme i video e ci siamo scambiati questa passione. Alla fine lui è andato e l’ho seguito sia perché ero curioso di vederlo sia perché gli voglio bene è mio cognato (frecciatina di Alessia: ancora no!) e lo conosco bene. È stata un’esperienza bellissima, ero più teso io di lui, ho avuto davvero paura per lui. Mi sono raccomandato molto ma non so se gli sia servito. Mi sono sentito di farlo star calmo, dargli sostegno e supporto sia manualmente che psicologicamente e lui mi ha ricambiato portandomi là. Anzi il contrario: lui mi ha portato e io l’ho ricambiato dandogli una mano, non è possibile eguagliare quell’esperienza; prima o poi ci andrò anch’io e mi porterò dietro Alessia»

Conoscete i ragazzi italiani della Di.Di che hanno corso a Le Mans nel weekend della MotoGP. Ero al Mugello durante la loro prova di Endurance e ho visto che sono una forza della natura, hanno portato attenzione sulla voglia di questi ragazzi di andare in pista. Cosa ne pensi Alessia?

Alessia: «Io ho lo stampo del pilota: in pista si va per correre, dare gas e andare forte. Non devo andare in pista per dimostrare al mondo che so andare in moto, l’ho già fatto e non mi interessa farlo per la stampa, la TV o gli altri. Quando mi sono resa conto che se fossi tornata in moto non avrei mai più potuto girare come prima ho capito che non aveva senso perché un pilota non torna in moto se è paralizzato perché sarebbe un accontentarsi e nella vita non mi piace accontentarmi. Alcuni sono passati alle macchine come Lascorz, se avessi avuto la possibilità lo avrei fatto. Rispetto quello che fanno i ragazzi della Di.Di. ma c’è anche da distinguere le cose: un conto è la paraplegia è un altro l’amputazione, sono due patologie diverse. Se avessi avuto un’amputazione avrei tranquillamente corso mentre quello che ho io è diverso. Si pensa di conoscerlo ma non è così; non è solo la perdita dell’uso delle gambe ma anche non controllare il bacino, la perdita degli addominali e comincia ad essere pericoloso. Vorrei appassionarmi a qualcos’altro per competere anche con i normodotati. Nel motociclismo se vado in moto guido ma non farò mai più 56″ al Mugello, farò forse 2 minuti e 10″, non lo so, a cosa mi serve? Non mi è mai piaciuto accontentarmi e non lo farò nemmeno adesso».

Videomaking Gianluca Saiu