Dov’è finito l’onore giapponese? Guerra tra Ducati e Yamaha

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©GIANDOMENICO PAPELLO

La Yamaha non consentirà a Jorge Lorenzo di effettuare altri test con la Ducati a novembre, oltre a quelli di Valencia. E’ guerra?

I giapponesi sono famosi nel mondo per il proprio senso dell’onore, una caratteristica che li ha da sempre contraddistinti. Per i Samurai era preferibile la morte alla vergogna di una sconfitta in battaglia, e spesso nella storia delle corse è successo che un’azienda giapponese abbia preferito ritirarsi da un campionato, piuttosto che partecipare per fare numero. Lo ha fatto la Yamaha in SBK dopo l’epoca dell’R7 e di Haga, prima di tornare in forze per ben due volte, nel 2005 e nel 2016 con progetti all’altezza del blasone.

L’ha fatto la Suzuki in MotoGP, quando ha deciso di sviluppare la GSX-RR e pensionare la GSV-R prendendosi vari anni sabbatici. Idem la Kawasaki, che lasciò la MotoGP proprio nel momento in cui aveva il mezzo migliore ed un ottimo pilota. Marco Melandri fece faville nel 2009 con una moto nera chiamata Hayate, e se la Kawasaki avesse sviluppato quella moto probabilmente avrebbe raccolto soddisfazioni ancora maggiori con Macio in sella.

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La Honda in questa particolare tipologia di “ritiri strategici” ha davvero la nota di merito maggiore. Tutti ricordano il sorrisone beffardo di Ross Brawn quando dichiarò di aver rilevato la squadra Honda F1 ed il progetto della vettura 2009 per 1 dollaro. Quel progetto aveva nel Double Decker l’uovo di colombo della moderna aerodinamica applicata ad un mezzo a quattro ruote. Il risultato fu che la Honda F1, vestita di bianco e chiamata BrawnGP, visse un 2009 da leggenda, regalando un titolo di campione del mondo a Jenson Buttton e facendo sfaceli anche con un attempato Rubens Barrichello. Il gigante di Tokyo non voleva più fare figuracce in F1 come quella del 2008, e con il suo ritiro riscrisse la definizione di pessimo tempismo.

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Eppure le Case giapponesi, che più di chiunque altro dovrebbero conoscere il significato della parola onore, sembrano non avere più una briciola dell’anima Samurai nelle proprie vene. In questa stagione la Ducati, unica vera antagonista al dominio giapponese in MotoGP, si è avvicinata tantissimo. Si è avvicinata troppo, per i gusti dei manager che amano il Sakè. Il primo risultato di questa presa di coscienza è stato il divieto all’utilizzo nel 2017 della famigerate Wings.

Dopo aver investito tanto in ricerca aerodinamica, facendo passare giornate intere in galleria del vento a fior di ingegneri strappati ad altri settori, la Ducati dovrà mettere nel cassetto una mole di dati enorme, che le hanno permesso di mettere splendidamente in pratica un’idea che già era stata sperimentata da tutti i rivali. Le Case giapponesi si sono appellate alla sicurezza, ai rischi di avere una specie di lama attaccata alla carena di un mezzo lanciato a 300 km/h. Peccato che dopo tutti i contatti di questa stagione, ci sia stata ampia dimostrazione empirica della inoffensività di questa soluzione.

Ma la Ducati ormai è il nemico, e deve essere affrontato in tutti i modi, deve essere messo alle strette. Dopo la mossa della Honda, ecco la mossa della Yamaha. La Casa di Iwata voleva continuare nel 2017 e 2018 con Jorge Lorenzo, ma il maiorchino prenderà la via che porta a Borgo Panigale. Troverà una moto completamente diversa, e ogni km di test sarà un preziosissimo alleato nella costruzione di un rapporto tra la Desmosedici ed un pilota che ha guidato unicamente la Yamaha M1 nella sua carriera MotoGP.

La Yamaha conosce bene il valore di Jorge Lorenzo, ed è consapevole che la Ducati potrebbe trovare nel campione spagnolo l’arma in più in grado di riportarla ai fasti dell’epoca di Casey Stoner. Quindi ha fatto la sua mossa, limitando al massimo il numero di km che il maiorchino potrà percorrere in sella alla moto italiana dopo la fine del campionato. In particolare, Jorge Lorenzo potrà salire sulla Desmosedici solo a Valencia e solo per due giorni, dopo l’ultima gara del mondiale.

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Non c’è molto onore in questo divieto, non c’è traccia dello spirito sportivo e nella voglia di confronto a viso aperto. C’è solo tanta paura da parte di chi detiene lo status quo, ed è consapevole che la situazione potrebbe ribaltarsi velocemente. La Ducati ha cercato di far cambiare idea alla rivale, ma per ora ha trovato un muro insormontabile. Non potendo restituire il favore al mittente, Ducati avrebbe valutato di non liberare Andrea Iannone, in procinto di andare in Suzuki a fine 2016.

Ma la Ducati è italiana. La Ducati non ha lo stesso onore dei giapponesi. La Ducati non beve Sakè. E Andrea Iannone a novembre salirà sulla Suzuki per tutto il tempo che vorrà. Probabilmente sarebbe salito anche sulla Yamaha, se avesse firmato con loro. In effetti sembra che al giorno d’oggi ci sia molto più onore in tortellini e lambrusco di quanto ce ne sia in sakè e sushi. Arigatou.