Superbike, Aaron Slight: «Questo campionato ha perso la sua identità»

Aaron Slight
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Il pilota degli anni ’90 di Superbike Aaron Slight dice la sua sul campionato di oggi delle derivate di serie, confrontandolo agli “anni ruggenti” in cui correva lui

Aaron Slight, indimenticabile icona col suo numero 111 della Superbike degli anni Novanta, ha rilasciato alcune dichiarazioni pesanti sulle difficoltà attuali del campionato delle derivate di serie, in crisi di audience e di spettacolo. L’ex corridore Honda, dagli appassionati ricordato come un pilota fortissimo a cui è sempre soltanto mancato il blasone di vincere un titolo mondiale pur andandoci molto vicino, ha usato parole al vetriolo in un’intervista per il sito inglese Crash.net: «La SBK ha perso la sua identità, bisogna convincere le case a tornare a investire, questo è ciò che manca. Le priorità sono ovviamente ovunque (in tutti i campionati), ma gli investimenti in MotoGP mostrano che le case possono fare di più. Kawasaki e Ducati stanno facendo bene, le Yamaha e le Honda ci sono ma hanno bisogno di un maggior coinvolgimento. E’ necessario disporre di tale sviluppo più veloce e proveniente dalla fabbrica, e tornare a capire se sia ancora possibile il motto “correre la domenica, vendere il lunedì”».

«SCARSO IMPEGNO DELLE CASE E TROPPE LIMITAZIONI DI REGOLAMENTO»Slight è di questa idea ricordando la sua vecchia Honda RC45 che aveva un supporto ufficiale da HRC: «Tutti i costruttori c’erano e spendevano soldi. Era un progetto basato in Inghilterra, ma era pienamente HRC, c’era un contratto. Questo è ciò che ha reso la Superbike così grande. Ci deve essere una competizione agguerrita per non essere noiosi». Il neozelandese reputa la perdita di ‘appeal’ della competizione una responsabilità di eccessivi tecnicismi raggiunti dal regolamento: «Io ero in mezzo a molti grandi personaggi. Non c’erano solo cinque o sei piloti che potevano vincere. C’erano anche dei jolly. Potevi essere sul podio in Europa e poi andare in Giappone e finire fuori dalla top-ten. Poi si andava a Laguna e gli americani andavano forte. Poi a Phillip Island e a Brands, Shakey si presenta e ti batte. Potevano essere in dieci in un week end a poterti battere. Ognuno aveva gli stessi mezzi. C’era anche la competizione con gli pneumatici. Quando invece si inizia a mettere limitazioni su una cosa, inizi a togliere elementi che potrebbero fare la differenza. Quando si andava a Donington si sapeva che le Dunlop lì avrebbero fatto meglio delle Michelin. Sono tutte cose che servono per un bello spettacolo. Ora come puoi spezzare la monotonia delle gare se la concorrenza è dieci secondi indietro ai primi? Se hai dieci ragazzi vicini, allora combattono. Ora non accade questo».

«I PILOTI BRAVI RESTANO BRAVI, MA L’ELETTRONICA NON MI PIACE» – Colpa anche dell’avvento dell’elettronica, e su questo punto Slight precisa meglio il suo pensiero: «Beh, non mi piace l’era dell’elettronica. Penso che sia solo uno “schifo”. Ma quelli bravi sono sempre in testa alla fine. Chi è bravo resta bravo. Ma preferirei vedere più linee nere e un sacco di fumo. Anche questo porta una differenza nel risultato, cioè che è possibile gestire lo pneumatico. Quando hai tutti lo stesso controllo di trazione e la stessa ECU, stai portando via un altro elemento. Non è necessario rimuovere degli elementi. Una volta che lo fai, le corse poi diventano blande, le persone si annoiano – e prosegue – oggi giorno, in questa età delle TV ad alta definizione, potete vedere tutto quello che sta succedendo. Mi ricordo quando ero in sella. Dicevo (alla squadra) “lo hai visto?”, poi se l’avresti guardato alla TV era solo un piccolo movimento. Ora con l’HD le cose che puoi vedere sono semplicemente incredibili. Guardare Marquez che perde la parte anteriore due volte in una curva è fighissimo. Ma noi possiamo vedere anche molti più dettagli di lui. E’ proprio il mondo delle corse di questi giorni. Le cose vanno avanti, se oggi corressi ancora, mi piacerebbe anche a me».

«DIRE LE COSE IN FACCIA COME FACEVAMO NOI E’ MEGLIO DEI SOCIAL» – Anche la vita di paddock è cambiata, complice l’avvento dei social network, ma non in meglio rispetto al passato a detta di Slight: «Tutti erano forti, altrimenti non sarebbero stati lì. Ma la cosa peggiore era probabilmente il “fango” che ci si gettava addosso tra piloti. Si faceva per demoralizzare l’avversario. Ma almeno a quei tempi non si digitava una tastiera. Era faccia a faccia. Penso che fosse meglio. Se lo volevi dire, o lo dicevi o non lo dicevi».