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Superbike

Noriyuki Haga e le partenze magiche a Brands Hatch

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Questa è la storia di una domenica mattina in cui il matto giapponese Noriyuki Haga è partito due volte sedicesimo e in poche curve ha regalato uno spettacolo incredibile a tutti

La stagione 2000 della Superbike è stata senza dubbi una delle più movimentate della storia. Il campionato per moto derivate dalla grande serie perde subito il suo pilota simbolo, quel Carl Fogarty che era diventato il vero mito in pista. Un destino chiamato Robert Ulm lo attendeva durante le prove a Phillip Island: un impatto violento, il pilota privo di sensi a bordo pista. Paura infinita e consapevolezza che anche il più forte del mondo può farsi male. Molto male.

Tanto male da dire basta, con una spalla che non ritornerà più la stessa e la consapevolezza per la Ducati di aver perso il proprio faro. La MotoGP non esisteva ancora e le moto bolognesi dettavano legge in pista sul finire degli anni 90’ proprio grazie a Fogarty, con la partecipazione speciale di Troy Corser, John Kocinski e Frankie Chilli in alcune circostanze. L’incidente di Fogarty tolse dal gruppo indiavolato il più diavolo di tutti. Alla seconda gara della stagione, facendo cambiare per sempre la storia delle corse. Perché senza Robert Ulm, l’incidente non ci sarebbe stato. Senza l’incidente Fogarty non si sarebbe ritirato. E senza il ritiro di Fogarty in Ducati non avrebbero avuto bisogno di far correre Troy Bayliss a Sugo e poi a Monza. Sliding doors, una definizione assolutamente perfetta.

Ma la storia che raccontiamo oggi non parla né di Carl Fogarty, né di Troy Bayliss. Gli ospiti illustri sono altri due e hanno le sembianze di un texano dall’accento decisamente poco oxfordiano e di un giapponese che è stato avvistato più volte ubriaco a fare l’ape in giro per Milano. Registrati all’anagrafe come Colin Edwards e Noriyuki Haga. In particolare le nostre attenzioni sono proprio per questo personaggio dagli occhi a mandorla, uno che ridefinisce il concetto di bianco e nero nel racing. Uno che ha spiegato con dovizia di particolari al mondo intero quale fosse il senso recondito dietro la definizione di pilota da “tutto o niente”.

Ad essere onesti, è capitato innumerevoli volte che Noriyuki Haga ricorresse al niente per spiegare il concetto, finendo con notevole assiduità per le vie di fuga di mezzo mondo e facendo amicizia con i medici in pista sparsi per i circuiti della WSBK. Ma lo stesso Nori, che si guadagnò il soprannome di Nitronori, riusciva anche a prendersi tutto. Nel 2000 aveva vinto tantissimo e solo una noiosa faccenda legata ad uso di efedrina gli aveva tarpato le ali nella rincorsa al titolo. Una stagione vissuta col coltello tra i denti e duellando su ogni pista con Colin Edwards e la sua spettacolare Honda VTR.

La R7 di Noriyuki Haga era l’arma di Iwata per vincere il titolo. Un derivata di serie che meno derivata non poteva essere. Alla faccia dei giapponesi che criticavano tanto la Ducati per le sue serie speciali di 916, 955, 996 e 998. Da Kylami ad Hockenheim, Nori e Colin non facevano altro che darsele amorevolmente. Carenate, derapate e sorpassi oltre la logica fecero presto dimenticare che in pista mancava il padrone assoluto del campionato, quel Fogarty costretto ormai ad ammirare da spettatore lo spettacolo in pista e rassegnato a dire addio ai suoi tifosi con un ultimo giro di pista sull’amata Ducati in terra britannica.

L’ultima tappa della stagione coincise proprio con la gara inglese di Brand Hatch, un circuito poggiato su due colline che regalano un anfiteatro naturale degno di Epidauro. Magari l’acustica non sarà la stessa ma la voce degli attori compensa abbondantemente. Le qualifiche mostrarono Noriyuki Haga terribilmente in palla e determinato a suonarle al texano della Honda, che ormai aveva le mano saldamente ancorate al titolo. La guida del giapponese era da incanto sui saliscendi del circuito in terra di Albione, tra ingressi da panico e staccate con la moto completamente di traverso. All’epoca c’era ancora la Superpole così come fu concepita. La pista da affrontare in un singolo giro secco per ogni pilota a turno, dal sedicesimo al primo per disegnare la griglia delle due gare di domenica. Entrambe, di domenica.

Una moto, un pilota e un solo tentativo. Tutto o niente. Assolutamente perfetto per Noriyuki Haga. Primo nel turno delle ufficiali, il giapponese aveva l’onore di partire per ultimo nel suo tentativo di prendersi la pole, dopo Troy Bayliss che nel frattempo si era abbondantemente mostrato al mondo per quello che era. Un pessimo carrozziere, ma un pilota divino. Quando le telecamere iniziano ad inquadrare Nori, si trova alla Dingle Dell e mancano due curve prima di iniziare il finto rettilineo che costeggia i box e lancia i piloti verso la prima folle staccata in salita della pista inglese, la Paddock Hill. Si, perché a Brands Hatch il Paddock è proprio su una delle colline e tutta la pista scende e risale esattamente lì.

Noriyuki Haga arriva alla Clark, la piega a destra che immette sul rettilineo ed arriva il momento della verità, quello in cui deve spalancare il gas per prendere velocità e iniziare il giro lanciato. Ma l’unica cosa lanciata, è il suo didietro che viene sparato in aria dalla R7. Nori ha aperto troppo presto e uno di quei casi in cui il termometro pende sul niente. Caduta rovinosa e partenza dalla sedicesima casella, nel pieno di una muta di cani arrabbiati.

La griglia di partenza domenica è semplicemente il posto peggiore in cui stare. Wild Card come Reynolds e Hislop. Piloti affamati di successo come Hodgson e Bayliss. E poi le care vecchie canaglie, come un Edwards lanciatissimo, quella carogna di Yanagawa ed un certo Frankie Chili. E Noriyuki Haga è esattamente al centro del gruppone, sedicesimo e costretto a partire nel mezzo di una griglia che sembra una gabbia di matti. Ma in tanti si dimenticano che quando si parla della nazionale di matti, Nitronori è il portabandiera ufficiale ai Giochi Olimpici. Il semaforo si spegne, assieme al cervello dei matti di cui sopra, che sembrano avere una specie di contatto automatico tra lo stacco frizione e la cessazione di qualsiasi attività neuronale.

Il groviglio arriva alla prima staccata e una macchia bianca è palesemente fuori traiettoria, esterna a tutti. E’ lui, è proprio il più matto tra i matti. Non gli piace respirare gli scarichi degli altri e fa una traiettoria impossibile passando tutti a grappoli. Giovanni Di Pillo è in visibilio e non riesce quasi a cogliere la sua posizione. Conta le moto e quasi non ci crede. Ma i matti arrivano alla seconda staccata, la Druids, che giunge dopo la furiosa discesa. Noriyuki Haga attacca ancora e ne passa altri incrociando la traiettoria tra esterna in entrata ed interna in uscita. Sembra infilare la sua Yamaha R7 dove non sarebbe possibile.

Ma andatelo a spiegare ad uno che ha il nickname di un componente chimico non particolarmente stabile. Nitronori è inspiegabilmente in piedi e dannatamente avanti. “Ma non era partito sedicesimo? Ma come fa ad essere già lì?”. Neanche il tempo per Di Pillo di riprendere la voce che il gruppone arriva alla Surtess, la quarta curva del tracciato. E Noriyuki Haga entra in curva primo. Si, avete capito benissimo. E’ primo. Ne ha passati 15 in 3 curve e all’ingresso della quarta porta in testa la R7 con il 41 sul cupolino. Una moto che diventerà una vera leggenda per gli appassionati. Durante la gara, Nori si batte come un leone, ma le gomme cedono ed alla fine si deve accontentare di un piazzamento al ridosso del podio. Ma l’impresa è già scritta, la griglia di matti saltata a piè pari.

Già che c’è, si ripete per Gara 2, facendo un’altra partenza indescrivibile e mandando letteralmente in crisi Giovanni Di Pillo, che ripete: “Impossibile, incredibile, assurdo”. Tre aggettivi che in effetti definiscono benissimo cosa poteva fare un giapponese matto per 3 mezzi. Col resto di 41. Forse qualcuno avrebbe dovuto far vedere la cassetta a Valentino Rossi quella brutta domenica di novembre a Valencia. Magari non sarebbe cambiato molto. Magari sarebbe caduto alla prima curva nel tentativo di rendere possibile l’impossibile. Esattamente come faceva Noriyuki Haga ogni domenica. Tutto o niente.

Noriyuki Haga [VIDEO]

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